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Mistica.Blog
- Pagine di mistica e spiritualità a cura di
Antonello Lotti
Teresa di Gesù (d'Avila)
Gian
Lorenzo Bernini, Estasi di Santa Teresa, 1647-1652,
«Mentre l'anima
è ben lontana dall'aspettarsi di vedere qualcosa, e non le passa neppure
per la mente, d'un tratto le si presenta tutta intera la visione che
sconvolge le potenze e i sensi, riempiendola di timore e di turbamento,
per poi darle una pace deliziosa e l'anima si ritrova con la cognizione di
tali sublimi verità da non aver più bisogno di alcun maestro.»
BREVE
ANTOLOGIA:
Si
possono leggere i seguenti:
Teresa
d'Avila, Opere complete, Paoline, Milano 1998
Elisabeth
Reynaud, Teresa d'Avila.
La donna che ha detto l'indicibile di Dio, Paoline, Milano 2001
Roberto
Moretti, Teresa d'Avila e lo sviluppo della vita
spirituale, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996
Tomás Álvarez (cur.),
Dizionario di Santa Teresa, Edizioni OCD, Roma 2016
Nasce
ad Avila il 28 marzo 1515 da don Alonso de Cepeda e donna
Beatriz de Ahumada, assumendo il cognome della madre. Teresa è la
sesta figlia di dodici nati dal matrimonio. Fin da piccola legge le
vite dei santi, ma anche romanzi cavallereschi.
Nel
1528 muore la madre. A questo punto il padre la affida alle
monache agostiniane della città, come educanda, entrando nel 1531 ed
uscendovene, perché si ammala, l'anno seguente. Lasciato il collegio
si reca a casa dello zio Pedro Sánchez de Cepeda. Qui, circondata da
affetto e cure, matura la sua vocazione religiosa, dichiarandola
apertamente al padre nel 1533.
Fugge
di casa nel 1535 ed entra nel monastero dell'Incarnazione di
Avila e veste l'abito religioso il 2 novembre 1536 con la
professione solenne il 3 novembre dell'anno successivo. Una strana
malattia la costringe a lasciare il convento e si ritrova a Becedas,
condottavi dal padre. Da qui, dopo cure intense che la minano
fisicamente e moralmente, ritorna ad Avila, quasi moribonda.
Le
sue condizioni sono al limite delle forze. Chiede di confessarsi ma il
padre le nega. Dopo un collasso, rimane in coma per quattro giorni. Si
riprende, nonostante tutto, ma rimane completamente paralizzata.
Chiede di essere ricondotta al monastero, ove rimane immobile per otto
mesi e per altri tre anni non riuscirà quasi a muoversi. Solo nel 1543,
quasi per miracolo, riesce nuovamente ad alzarsi e camminare.
Nel
dicembre 1543, muore il padre. Oltre a ciò si manifestano diverse
malattie che permangono fino alla quaresima del 1554, in cui la
vista di una statua dell'Ecce Homo la colpisce così
profondamente da segnare l'inizio della sua nuova vita spirituale.
L'idea
di un nuovo monastero nasce intorno all'anno 1560-61. Prevede
l'aggregazione di poche donne (undici o dodici) che si dedichino alla
vita di preghiera, alla pratica della mortificazione e alla solitudine
secondo la Regola primitiva dell'Ordine del Carmelo, consegnata agli
eremiti del Carmelo dal patriarca di Gerusalemme, sant'Alberto, verso
il 1210 ed approvata da papa Innocenzo IV nel 1247.
Nonostante
le opposizioni, nel febbraio 1562 arriva da Roma
l'autorizzazione ad intraprendere le Fondazioni della progettata
riforma. il 24 agosto dello stesso anno si inaugura ad Avila il
primo Carmelo riformato intitolato a san Giuseppe. Nel 1567 fonda
un secondo Carmelo a Medina del Campo ed incontra fra
Giovanni
della Croce, convincendolo ad abbracciare il nuovo stile di vita
carmelitana. Nel novembre 1568, Giovanni della Croce e padre Antonio
Heredia fondano a Duruelo il primo convento della Riforma maschile.
Nascono,
nonostante le difficoltà, diciotto monasteri fra Castiglia ed
Andalusia. Nascono proprio qui alcune violente reazioni al punto che
il Capitolo generale tenuto a Piacenza nel maggio del 1575
proibì a Teresa di fondare altre case e la obbligò a non uscire dal
monastero di Toledo.
Morto
il nunzio Ormaneto, favorevole alla riforma proposta e realizzata da
Teresa, il nuovo, Filippo Sega, che ritiene gli scalzi dei ribelli,
ritorna alla precedente situazione. Giovanni della Croce, nel 1577,
viene incarcerato a Toledo, nonostante l'intervento di Teresa presso
il re, teso a chiedere la sua liberazione. Il tribunale
dell'Inquisizione accusa perfino lei fino al Breve di Gregorio XIII (Pia
consideratione) del 22 giugno 1580. Con questo ottiene il
riconoscimento della sua riforma.
Ammalata
gravemente, Teresa continua la sua missione fino alla sua morte,
avvenuta il 4 ottobre 1582 ad Alba de Tormes dopo un lungo
viaggio per l'ultima fondazione di Burgos. Muore fra le braccia di una
monaca mentre un mistico profumo avvolge la sua cella.
Il
24 aprile 1614 viene beatificata da papa Paolo V. Diviene santa
il 12 marzo 1622 ad opera di papa Gregorio XV. Il 27
settembre 1970, papa Paolo VI la riconosce dottore della Chiesa
con la Lettera Apostolica Multiformis Sapientia Dei.
Luigi
Borriello e Giovanna della
Croce scrivono, nell'introduzione alle opere complete, che:
«Nella
storia della spiritualità cristiana Teresa d'Avila rappresenta un
indice puntato verso il mistero di Dio, che a lui guida mostrando il suo
cammino interiore. La grandezza di questa donna, più che nei fenomeni
straordinari o nei suoi atti eroici, si misura nella fedeltà
quotidiana a Dio, recitando bene la parte che egli le ha assegnato
nell'immenso disegno della storia umana, facendo della sua vita un canto
d'amore che inneggia alle meraviglie da Dio compiute nel suo intimo. Non
solo; esprime altresì quell'anelito, connaturale all'uomo, a una
pienezza di vita in Dio: testimonia cioè quell'aspirazione a una
vita intradivina più intima e personale da sperimentare nel segreto del
proprio cuore, ove la conoscenza viene purificata, perché lo sguardo
sia capace di sopportare la luce del mistero».
Gli
scritti di Teresa sono tutti occasionali e nascono per aiutare i
confessori a comprendere le varie esperienze interiori e i fenomeni che in
lei si producevano, misticamente; oppure per aiuto alle sue monache per
approfondire e comprendere la vita spirituale alla luce della sua
esperienza straordinaria. Le più importanti opere sono le seguenti:
1.
LIBRO DELLA VITA: non si tratta di un'autobiografia in senso
stretto e neanche un libro di dottrina mistica, ma un insieme di entrambe
le cose. Qui si narra la sua coscienza in modo da permettere ai suoi
confessori o guide spirituali di comprendere appieno le profondità della
sua esperienza mistica. Non sempre, come succede per tutti i mistici,
riesce ad esprimere pienamente con parole la sua realtà interiore; eppure
è abbastanza chiara nel raccontare quanto si possa intuire della sua
esperienza al fine di poterla poi rivivere attraverso la propria persona.
Il suo messaggio è quello di indicare le tappe che ci aprono ad un
incontro personale con Dio in Cristo. La prima redazione è del 1562 e nel
1565 redige in modo definitivo il libro.
2.
CAMMINO DI PERFEZIONE (2 manoscritti): sono conservati due
autografi della santa, il codice dell'Escorial e quello di Valladolid. La
seconda redazione è una vera trasformazione del testo operata anche da
due censori, i quali hanno tolto ogni riferimento particolare, lo stile
colloquiale, alcuni tratti polemici riguardanti la condizione della vita
religiosa soprattutto femminile del tempo. Entrambi i testi si strutturano
in cinque parti: 1) il Carmelo teresiano; 2) il fondamento della
preghiera; 3) le diverse strade contemplative; 4) la preghiera vocale e
contemplativa; 5) commento al Padre Nostro. Rivolto alle monache del
monastero di san Giuseppe, in questo libro Teresa descrive il proprio
itinerario spirituale, caratterizzato da una profonda unione con lo Sposo
Gesù. Cominciato a scrivere nel 1562, la prima redazione è del 1566,
mentre nel 1572 Teresa firma una copia dell'opera, approvandola.
3.
IL CASTELLO INTERIORE: opera matura di Teresa, viene scritto
su invito del padre Graziano come seguito del Libro della Vita, che
aveva avuto anche qualche problema con l'Inquisizione. Dopo molte
ritrosie, Teresa accetta di scrivere non una semplice ripetizione della
sua autobiografia, ma una vera esposizione dottrinale, quasi un trattato
pratico di vita spirituale, con l'intenzione di offrirlo alle monache e a
tutti i lettori che lo avessero accolto con amore. Il libro è diviso in
sette mansioni (in spagnolo moradas), ossia stanze, dimore. Con
l'allegoria del castello (reminescenza probabile di alcune sue letture
giovanili) descrive un cammino di spiritualità. Le prime tre mansioni si
riferiscono alla vita ascetica, nelle altre quattro predomina la vita
mistica. Si tratta di: 1) entrare nel castello; 2) lottare; 3) subire la
prova dell'amore; 4) le prime esperienze soprannaturali; 5) l'allegoria
del baco da seta; 6) le estasi e il fidanzamento spirituale; 7) il
matrimonio mistico. Scritto nel 1577, da giugno a novembre in maniera
discontinua.
4.
FONDAZIONI: scritto in un periodo che va dal 1573 al 1582.
Nasce da un'esperienza soprannaturale: in una visione è il Signore ad
ordinarle di scrivere la storia di queste Fondazioni. Si tratta di un
documento storico importante per conoscere gli inizi della riforma
teresiana del Carmelo in Spagna.
A
tutte queste opere vanno aggiunti:
un
grandissimo Epistolario;
Relazioni
spirituali preparate per i confessori;
alcune
Preghiere, Pensieri sull'amore di Dio e molte Poesie.
Teresa
fu canonizzata nel 1622. Il 27 settembre del 1970, papa
Paolo VI proclama Teresa "Dottore della Chiesa", prima
donna ad esservi annoverata. Questo avvalora in modo ufficiale la
validità della sua dottrina esposta nelle opere presentate. Tutta
l'esperienza spirituale di Teresa è tesa una pienezza dell'inabitazione
trinitaria, verso una conformazione a Cristo, preludio di gloria futura.
Cristo è l'obiettivo di tutto il cammino.
Luigi
Borriello e Giovanna della
Croce scrivono ancora:
«La
sua esperienza interiore è un pellegrinare in avanti oltre ogni
ostacolo verso l'infinito di Dio: è dinamica, progressiva, esodica.
Passa di luce in luce per approdare alle realtà soprannaturali della
salvezza: Dio Padre, l'umanità del Cristo, lo Spirito santo amore, la
grazia, i sacramenti, la passione per la Chiesa. In tale esperienza vi
sono gioia ed entusiasmo ma anche, e soprattutto, sofferenza,
sconvolgimento, trasformazione. Tutte queste realtà costituiscono la
trama dell'avventura umano-spirituale di Teresa, avventura a passo con
Dio, con il suo epicentro nell'orazione, quale rapporto
d'amicizia con il Dio di Gesù Cristo. Proprio tale rapporto
interpersonale, che avvicina il divino all'umano, imprime un profondo
realismo spirituale alla vita ed alle opere della mistica d'Avila. In
questa santità incarnata il soprannaturale costituisce parte integrante
dell'esistenza umano-divina di Teresa. Nelle pagine di questa donna
umanissimo si avverte chiaramente come la mistica comunione con Dio non
isoli in un'aura sacrale: la grazia divina, il Cristo, l'inabitazione
trinitaria, non sono nozioni astratte ma realtà vive che alimentano la
sua esistenza storica».
1.
La preghiera come amicizia con Dio
Teresa
non ha mai scritto un trattato sulla preghiera, ma solo esposto la sua
esperienza spirituale, la sua vita di orazione. Si tratta di una preghiera
raccolta, interiore, silenziosa, contemplativa. È una preghiera perfetta
che nasce dall'amore, cresce nella contemplazione e fiorisce nella
comunione. Nasce come esigenza di vivere un rapporto personale con Dio, un
desiderio di vivere a tu per tu con l'amico del cuore, cui rivolgere lodi,
suppliche, invocazioni, adorazioni, abbandoni fiduciosi. Pregare significa
aprirsi a Dio, accogliendolo nel profondo del proprio essere con un amore
colmo di desiderio e di volontà di donare se stesso.
2.
L'incontro con Dio uomo in Cristo
Cristo
non è il Dio lontano, gelido, inafferrabile, ma il Dio che penetra nella
storia, che nasce come un bambino, che cresce, soffre, ama. È il Dio che
si fa compagno di strada al nostro pellegrinare terreno, che partecipa con
la sua sensibilità, alla vita di ciascun uomo. Il mistero
dell'incarnazione pertanto è posto al centro di tutta l'esperienza
teresiana. Ella scopre nel Vangelo la dimensione umana del Cristo:
l'incontro con la Samaritana, la preghiera nell'Orto degli ulivi. In
questa meditazione sull'umanità di Cristo trova la scoperta del vero e
autentico amore: separarsi da questo unico bene e rimedio per i desideri
del nostro cuore è rinunciare al vero incontro con Dio, nelle ultime
stanze (mansioni).
3.
Il mistero del Dio Trinità d'amore
Quasi
al termine dell'esperienza di vita spirituale iniziata con l'orazione,
come più alto grado della vita contemplativa, sta l'esperienza di Dio
trinità. In una visione, le giungono queste parole: «Non cercare di
chiudere me in te, ma cerca di chiudere te in me». In alcune Relazioni
ella descrive la partecipazione a tale mistero come comunità perfetta di
tre Persone distinte tra cui vi è uno scambio reciproco di amore e in cui
vige una essenziale unità. Questa esperienza contemplante il mistero
trinitario viene resa con una descrizione del Padre come fonte di luce e
di amore, che la attira per arricchirla, per riversare su di lei la sua
compiacenza. L'esperienza dell'inabitazione trinitaria infonde pace e
serenità, preludio di quel godimento promesso nella gloria futura. Negli
ultimi giorni di vita, Teresa avrà sempre più il desiderio di godere la
visione di Dio come anche di servirlo ancora sulla terra.
4.
L'amore per la Chiesa
Non
si può negare che Teresa sia stata figlia del suo tempo e della Chiesa
del suo tempo. Obbediente ai suoi confessori, amante dei "capitani
della Chiesa", ossia i sacerdoti, i più saggi e i più sprovveduti.
In tutta la sua vita esprime il desiderio della loro santificazione,
trasmettendo alle sue figlie spirituali quel carisma di preghiera per la
santità sacerdotale come fine specifico del Carmelo. Ma la sua esperienza
dimostra anche la sua difesa nei confronti delle prevaricazioni maschili
ecclesiastiche come testimoniato nel Libro della Vita (40,8) nei
confronti delle donne. Il suo stesso porsi a servizio della Chiesa, ma
anche determinata nel difendere la sua Riforma testimonia la profonda
novità di Teresa, che è donna di grande valore prima di essere monaca e
mistica. Leggendo le sue Opere non si può non innamorarsi di lei, anche
per questo.
Questa
piccola antologia di brani diversi non può rendere ragione della
ricchezza spirituale di Teresa d'Avila. Consiglio pertanto di leggere direttamente le
sue opere, pubblicate in modi diversi (libri singoli, brani scelti) e alla
portata di tutti.
Nota:
Il titolo non appartiene al brano, ma è solo opera redazionale del
curatore di queste pagine.
NEL
CUORE DELLA PREGHIERA
(Libro della Vita 8, 5)
«Posso
dire soltanto quello di cui ho fatto esperienza, ed è che, per quanti
peccati faccia, chi ha incominciato a praticare l'orazione non deve
abbandonarla, essendo il mezzo con il quale potrà riprendersi, mentre
senza di essa sarà molto più difficile. E che il demonio non abbia a
tentarlo, come ha fatto con me, a lasciare l'orazione per umiltà; sia
convinto che la parola di Dio non può mancare, che con un sincero
pentimento e con il fermo proposito di non ritornare ad offenderlo si
ristabilisce l'amicizia di prima ed egli ci fa le stesse grazie, anzi, a
volte, molte di più, se il nostro pentimento lo merita. Quanto a coloro
che non hanno ancora incominciato, io li scongiuro, per amore del Signore,
di non privarsi di tanto bene. Qui non c'è nulla temere, ma tutto da
desiderare, perché, anche se non facessero progressi né si sforzassero
d'essere perfetti, così da meritare le grazie e i favori che Dio riserva
agli altri, per poco che guadagnassero, giungerebbero a conoscere il
cammino del cielo; e, perseverando nell'orazione, spero molto per essi che
godano la misericordia di quel Dio che nessuno ha preso per amico senza
esserne ripagato; per me l'orazione mentale non è altro se non un
rapporto d'amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi
sappiamo che ci ama. E se voi ancora non l'amate (infatti, perché l'amore
sia vero e l'amicizia durevole, deve esserci parità di condizioni, e
invece sappiamo che quella del Signore non può avere alcun difetto,
mentre la nostra consiste nell'essere viziosi, sensuali, ingrati), cioè
se non potete riuscire ad amarlo quanto si merita, non essendo egli della
vostra condizione, nel vedere, però, quanto vi sia di vantaggio avere la
sua amicizia e quanto egli vi ami, sopportate questa pena di stare a lungo
con chi è tanto diverso da voi».
L'INQUIETUDINE
DELL'ANIMA (Libro della Vita 30,
8-9)
«Mi
accadeva alcune volte di essere in grandissime pene spirituali insieme a
tormenti e dolori fisici così intensi da non sapere come darmi aiuto.
Dimenticavo allora tutte le grazie che il Signore mi aveva fatto; me ne
restava solo un ricordo come di cosa sognata, che serviva a darmi pena;
l'intelligenza mi si offuscava tanto da farmi sorgere mille dubbie
sospetti: mi sembrava di non aver saputo comprendere quanto mi era
accaduto, che forse era frutto della mia fantasia. E pensavo che bastava
che mi fossi ingannata io, senza dover ingannare anche i buoni. Mi pareva
d'esser così perversa che ritenevo dovuti ai miei peccati tutti i mali e
le eresie da cui era invaso il mondo. Questa era una falsa umiltà creata
dal demonio per turbarmi e provare se gli riusciva di trascinare la mia
anima alla disperazione. Che sia un'umiltà diabolica si vede chiaramente
dall'inquietudine e dal turbamento con cui comincia, dal tumulto che
produce nell'anima per tutto il tempo che dura, dall'oscurità e
dall'afflizione in cui la immerge, dall'aridità e dall'incapacità di
attendere alla preghiera e ad ogni opera buona. Sembra che soffochi
l'anima e immobilizzi il corpo perché non possa trarre vantaggio da
nulla. Invece la vera umiltà non è accompagnata da inquietudine, né
turba l'anima né la getta nelle tenebre né l'inaridisce, anzi la solleva
e, al contrario dell'altra, comporta quiete, soavità, luce. Si rammarica
di aver offeso Dio, ma d'altra parte le procura distensione la sua
misericordia. Invece, nell'altra umiltà che viene dal demonio non c'è
luce per alcun bene, e sembra che Dio metta tutto a ferro e fuoco; le è
presente la sua giustizia, e se anche conserva la fede nella sua
misericordia, essa è tale da non offrirle conforto, anzi la
considerazione di tanta misericordia è motivo di maggior tormento,
perché sembra che imponga maggiori obblighi».
CONTEMPLARE
L'UMANITÀ DI CRISTO
(Libro della Vita 22,
9-11)
«Noi
non siamo angeli, ma abbiamo un corpo. Voler fare gli angeli, stando sulla
terra, è una pazzia; ordinariamente, invece, il pensiero ha bisogno
d'appoggio, benché talvolta l'anima esca così fuori di sé, e molte
altre volte sia così piena di Dio, da non aver bisogno, per raccogliersi,
di alcuna cosa creata. Ma questo non avviene molto di frequente; pertanto,
al sopraggiungere di impegni, persecuzioni, sofferenze, quando non si può
avere più tanta quiete, o in caso di aridità, Cristo è un ottimo amico,
perché vedendolo come uomo, soggetto a debolezze e a sofferenze, ci è di
compagnia. Prendendoci l'abitudine, poi, è molto facile sentircelo
vicino, anche se alcune volte avverrà di non poter fare né una cosa né
l'altra. Per questo è bene non adoperarci a cercare consolazioni
spirituali; qualsiasi cosa succeda, stiamo abbracciati alla croce, che è
una grande cosa. Il Signore restò privo di consolazione; fu lasciato solo
nelle sue sofferenze; non abbandoniamolo noi, perché egli ci aiuterà a
salire più in alto meglio di quanto avrebbe potuto fare ogni nostra
diligenza e si allontanerà quando lo riterrà conveniente o quando vorrà
trarre fuori l'anima da se stessa. Dio si compiace molto nel vedere
un'anima prendere umilmente per mediatore suo Figlio e amarlo tanto che,
pur volendo Sua Maestà elevarla a un altissimo grado di contemplazione,
se ne riconosce indegna, dicendo con san Pietro: Allontanatevi da me,
Signore, perché sono uomo peccatore (Lc 5,8)».
LA
VERA FELICITÀ
(Meditazioni
dell'anima a Dio VIII)
«Voi
dite: venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, ed io vi
consolerò (Mt 11,28). Che altro vogliamo, Signore? Che domandiamo?
Che cerchiamo? Per quale motivo la gente del mondo si perde se non per
andare in cerca di felicità? O Dio, Dio mio! È possibile questo,
Signore? Oh, che pena! Che grande accecamento! Noi cerchiamo infatti la
felicità dov'è impossibile trovarla! Abbiate pietà, Creatore, delle
vostre creature! Vedete, noi non capiamo noi stessi, né sappiamo quel che
desideriamo, né siamo nel giusto chiedendo quel che chiediamo.
Illuminateci, Signore; considerate che la vostra luce è più necessaria a
noi che a quel cieco il quale era tale dalla nascita, perché questi
desiderava vedere la luce e non poteva, ma noi, Signore, non vogliamo
vedere. Oh, che male grave e incurabile! Qui, mio Dio, deve manifestarsi
il vostro potere, qui deve brillare la vostra misericordia! Com'è
insensato ciò che vi chiedo, mio vero Dio! Vi prego d'amare chi non vi
ama, di aprire a chi non bussa alla vostra porta, di dar la salute a chi
ha piacere d'essere infermo e va in cerca di malanni. Voi dite, mio
Signore, che siete venuto a cercare i peccatori; eccoli, Signore, i veri
peccatori. Non guardate alla nostra cecità, ma al sangue prezioso versato
da vostro Figlio per noi. La vostra misericordia risplenda fra tanta
malizia! Considerate, Signore, che siamo vostre creature; ci sia d'aiuto
la vostra bontà e misericordia!»
IL
SIGNORE PARLA ALL'ANIMA
(Castello interiore 3,
11-16)
«C'è
un modo in cui il Signore parla all'anima e a me sembra un segno
sicurissimo della sua opera: è la visione intellettuale. Ha luogo così
nell'intimo dell'anima e sembra di udire così chiaramente e al tempo
stesso segretamente, con l'udito spirituale, pronunciare proprio dal
Signore quelle parole, che lo stesso modo di intendere, insieme con ciò
che la visione opera, rassicura e dà la certezza che il demonio non può
intromettersi minimamente, I grandi effetti che lascia sono, appunto,
motivo di crederlo; se non altro c'è la sicurezza che non procede
dall'immaginazione, sicurezza che con un po' di avvertenza si può sempre
avere per le seguenti ragioni. La prima perché c'è una evidente
differenza circa la chiarezza del linguaggio: nelle parole di Dio essa è
tale che ci si rende conto anche di una sola sillaba mancante e si ha il
ricordo preciso del diverso modo in cui tale parole ci sono state dette.
La seconda, perché spesso non si pensava nemmeno a ciò a cui le parole
si riferiscono - intendo dire che vengono all'improvviso, a volte anche
mentre si sta in conversazione - e spesso riguardano cose mai pensate né
credute possibili. La terza, perché nelle parole di Dio l'anima è come
una persona che ode, mentre in quelle dell'immaginazione è come una
persona che va componendo a poco a poco ciò che ella stessa desidera
udire. La quarta, perché le parole sono assai diverse, e una sola di
quelle divine fa capire molto più di quello che il nostro intelletto non
potrebbe mettere insieme in così breve spazio di tempo. La quinta,
perché insieme con le parole, spesso, in un modo che io non saprei
spiegare, si comprende assai più di quello che significano, benché senza
suoni».
ACCETTARE
LA PROPRIA DEBOLEZZA
(Pensieri sull'amore
di Dio 3, 12)
«Non
lamentiamoci dei nostri timori né ci scoraggi vedere la debolezza della
nostra natura e dei nostri sforzi. Piuttosto cerchiamo di rafforzarci
nell'umiltà e di renderci ben conto di quanto siano limitate le nostre
possibilità e del fatto che, senza l'aiuto di Dio, non siamo nulla.
Bisogna confidare nella sua misericordia, diffidare completamente delle
nostre forze ed essere convinti che tutta la nostra debolezza deriva dal
far assegnamento su di esse. Non senza una profonda ragione nostro Signore
ha voluto manifestare debolezza. È chiaro che non la sentiva, essendo
egli la stessa forza; ma l'ha fatto per nostra consolazione, per mostrarci
quanto sia opportuno passare dai desideri alle opere e indurci a
considerare che, quando un'anima comincia a mortificarsi, tutto le riesce
gravoso. Se si accinge a lasciare le proprie comodità, che pena! Se a
trascurare l'onore, che tormento! Se deve sopportare una parola ostile,
che cosa intollerabile! Insomma, è assalita da ogni parte da tristezze
mortali. Ma, appena si deciderà a morire al mondo, si vedrà libera da
queste pene; anzi, non nutrirà più alcun timore di lamentarsi, una volta
conseguita la pace richiesta dalla sposa».
NIENTE
TI TURBI
(Preghiera)
Autografo di Teresa
di Gesù
Niente
ti turbi,
niente
ti spaventi.
Tutto
passa,
Dio
non cambia.
La
pazienza
ottiene
tutto.
Chi
ha Dio
ha
tutto.
Dio
solo basta.
Teresa
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