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Mistica.Blog - Pagine di mistica e spiritualità a cura di
Antonello Lotti
Meditazione cristiana e
lectio
divina
Caravaggio,
Riposo durante la fuga in Egitto, particolare, 1596 ca.
«Beato l'uomo che
non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e
non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace della legge del
Signore, la sua legge medita giorno e notte.»
SINTESI
DEL DOCUMENTO
"Alcuni aspetti della meditazione
cristiana":
COS'È
LA MEDITAZIONE?
INTRODUZIONE
ALLA LECTIO DIVINA:
ALCUNE
INDICAZIONI PER PREGARE:
Il
15 ottobre 1989 veniva pubblicata, da parte della Congregazione
per la dottrina della fede (a firma del card. Joseph Ratzinger e
dell'arcivescovo Alberto Bovone) una lettera diretta ai vescovi della
chiesa cattolica, dal titolo: Alcuni aspetti della meditazione
cristiana. L'intento era quello di precisare il
contenuto della meditazione cristiana in relazione ad influssi di altre
religioni, soprattutto quelle di origine orientale, riportandolo alla
ricchezza della tradizione cristiana. Il discorso di questa pagina prende
l'avvio da una sintesi della stessa. Viene proposta più come occasione di
riflessione che come vademecum sulla meditazione. La Congregazione,
infatti, si preoccupa in maniera esasperata di riportare con i piedi per
terra tutti i fedeli, evitando il pericolo che la meditazione sfugga al
controllo della gerarchia. Ma l'intento, per quanto pastorale sia, rimane
maldestro da un punto di vista prettamente teologico. Si può forse
incatenare lo Spirito, manovrarlo, diffidare di certe sue manifestazioni
nell'animo del credente? Io credo di no, per quanto pericoloso sia
altrettanto accettare come divina qualunque sensazione o percezione che
possano avvenire o prodursi nel momento della preghiera, soprattutto
attraverso tecniche particolari di origine orientale. Vuole inoltre
precisare alcuni aspetti della "lectio divina", una forma
storica e valida per la meditazione personale. Infine suggerire alcune
linee guida per la preghiera meditativa.
Sono
stupende le seguenti parole di Plotino a proposito della contemplazione:
“È
dunque necessario [...] non deviar mai dall'unitarietà del nostro
essere; è necessario allontanarsi sia dalla scienza, sia dai suoi
oggetti e da ogni altra cosa, anche se sia bella da contemplare: poiché
ogni bellezza è inferiore all'Uno, come la luce del giorno deriva tutta
dal sole. Perciò si dice che Egli è ineffabile e indescrivibile. E
tuttavia noi parliamo e scriviamo per avviare verso di Lui, per destare
dal sonno delle parole alla veglia della visione, come coloro che
mostrano la strada a chi vuol vedere qualcosa. L'insegnamento può
riguardare soltanto la via e il cammino; ma la visione è tutta opera
personale di colui che ha voluto contemplare. [...] Egli non è lontano
da nessuno, eppure è lontano da tutti; Egli è presente, ma è presente
soltanto a coloro che possono accoglierlo e che si sono preparati ad
armonizzare e ad entrare in contatto con Lui in virtù di un'affinità e
di una potenza insita in Lui, consustanziale a ciò che da Lui deriva”
(Enneadi, VI, 9,4).
Tenuto
conto di ciò, ci accingiamo a pensare la meditazione.
Per
una prima consultazione si possono leggere:
Klemens
Tilmann, Guida alla
meditazione, Queriniana, Brescia, 1989
Klemens
Tilmann, Heldvig-Teresia von Peinen,
Guida alla meditazione cristiana, Queriniana, Brescia 1980
Klemens
Tilmann, Vivere nel
profondo. Breve introduzione alla meditazione cristiana,
Queriniana, Brescia 1978
Diego
Coletti, Peter Henrici, Peter Wild,
La scoperta della quiete. Guida alla meditazione, Piemme,
Casale Monferrato 2001
Stephan
Bodian, Meditazione (for dummies), Apogeo, Milano 1999
Claudio
Lamparelli, Tecniche della
meditazione orientale, Mondadori, Milano 1985
Claudio
Lamparelli, Tecniche della
meditazione cristiana, Mondadori, Milano 1987
Mario
Masini, Iniziazione alla «lectio divina». Teologia, metodo, spiritualità, prassi,
Edizioni Messaggero, Padova 1988
Mario
Masini, La lectio divina.
Teologia, spiritualità, metodo, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996
MARCO
GUZZI, Darsi pace. Un manuale di liberazione interiore,
Paoline, 2004
MARIA
PIA GIUDICI, Il viaggio irrinunciabile. Lectio divina sul
passaggio dalla dispersione all'essenzialità, Paoline, Milano
2007
SINTESI
DEL DOCUMENTO
La
preghiera cristiana alla luce della rivelazione
Nell'Antico
Testamento c'è una meravigliosa raccolta di preghiere, rimasta viva lungo
i secoli anche nella chiesa di Gesù Cristo, nella quale essa è diventata
la base della preghiera ufficiale, il libro dei Salmi. I salmi narrano
anzitutto le grandi opere di Dio per il popolo eletto. Israele medita,
contempla e rende di nuovo presenti le meraviglie di Dio, facendone
memoria attraverso la preghiera.
Grazie
alle parole, alle opere, alla passione e risurrezione di Gesù Cristo, nel
Nuovo Testamento la fede riconosce in lui la definitiva autorivelazione di
Dio, la Parola incarnata che svela le profondità più intime del suo
amore. È lo Spirito Santo che fa penetrare in queste
profondità di Dio, lui che, inviato nel cuore dei credenti, “scruta
ogni cosa, anche le profondità di Dio” (1 Cor 2,10).
Esiste
uno stretto rapporto fra la rivelazione e la preghiera. La
costituzione dogmatica Dei Verbum ci
insegna che mediante la sua rivelazione Dio invisibile nel suo immenso
amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si
intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla
comunione con sé.
È
alla chiesa che la preghiera di Gesù viene consegnata (cfr. Mt 6,9 “così
voi dovete pregare”) e per questo la preghiera cristiana, anche
quando avviene nella solitudine, in realtà è sempre all'interno di
quella “comunione dei santi” nella quale e con la quale si prega,
tanto in forma pubblica e liturgica quanto in forma privata. Pertanto,
essa deve compiersi sempre nello spirito autentico della chiesa in
preghiera e quindi sotto la sua guida, che può concretizzarsi talvolta in
una direzione spirituale sperimentata. Il cristiano, anche quando è solo
e prega nel segreto, ha la consapevolezza di pregare sempre in unione con
Cristo, nello Spirito Santo, insieme con tutti i santi per il bene della
chiesa.
Pseudognosi:
considerava la materia come qualcosa di impuro, di degradato, che
avvolgeva l'anima in un'ignoranza dalla quale la preghiera avrebbe dovuto
liberarla per innalzarla alla vera conoscenza superiore e quindi alla
purezza. Certamente non tutti ne erano capaci, ma solo gli uomini
veramente spirituali; per i semplici credenti bastavano la fede e
l'osservanza dei comandamenti di Cristo. Contro tale deviazione, i Padri
affermano che la materia è creata da Dio e come tale non è cattiva.
Inoltre sostengono che la grazia, la cui sorgente è sempre lo Spirito
Santo, non è un bene proprio dell'anima, ma deve essere impetrata da Dio
come dono. Perciò l'illuminazione o conoscenza superiore dello Spirito (“gnosi”),
non rende superflua la fede cristiana. Infine, per i Padri, il segno
autentico di una conoscenza superiore, frutto della preghiera, è sempre
l'amore cristiano.
Messalianismo:
i falsi carismatici del IV secolo identificavano la grazia dello Spirito
Santo con l'esperienza psicologica della sua presenza nell'anima. Contro
di essi i Padri insistettero sul fatto che l'unione dell'anima orante con
Dio si compie nel mistero, in particolare attraverso i sacramenti della
chiesa. Essa può inoltre realizzarsi perfino attraverso esperienze di
afflizione e anche di desolazione e, contrariamente all'opinione dei
Messaliani, queste non sono un segno che lo Spirito ha abbandonato
l'anima. Come hanno sempre chiaramente riconosciuto i maestri spirituali,
possono invece essere un'autentica partecipazione allo stato di abbandono
di nostro Signore sulla croce, il quale resta sempre modello e mediatore
della preghiera.
Tutte
e due queste forme di errore continuano ad essere una tentazione per
l'uomo. Lo istigano a cercare di superare la distanza che separa la
creatura dal Creatore, come qualcosa che non dovrebbe esserci; a
considerare il cammino di Cristo sulla terra, con il quale ci vuole
condurre al Padre, come realtà superata; ad abbassare ciò che viene
accordato come pura grazia al livello della psicologia naturale, come “conoscenza
superiore” o come “esperienza”. La meditazione cristiana orante
cerca di cogliere nelle opere salvifiche di Dio in Cristo, Verbo
incarnato, e nel dono del suo Spirito la profondità divina, che vi si
rivela sempre attraverso la dimensione umano-terrena.
Con
l'attuale diffusione dei metodi orientali di meditazione nel mondo
cristiano e nelle comunità ecclesiali, ci troviamo di fronte a un acuto
rinnovarsi del tentativo, non esente da rischi ed errori, di fondere la
meditazione cristiana con quella non cristiana: alcuni metodi
orientali di preparazione psicofisica; il trascendimento di ogni
affermazione contenutistica su Dio, negando che le cose del mondo possono
essere una traccia che rinvia all'infinità di Dio (“teologia negativa”).
La
via cristiana dell'unione con Dio
Per
trovare la giusta via della preghiera, il cristiano considererà o tratti
salienti della via di Cristo, il cui “cibo
è fare la volontà di colui che (lo) ha mandato a compiere la sua opera”
(Gv 4,34). La via del Padre lo invia agli uomini, ai peccatori,
addirittura ai suoi uccisori ed egli non può essere più intimamente
unito al Padre che ubbidendo a questa volontà. Ciò non impedisce in
alcun modo che nel cammino terreno egli si ritiri anche nella solitudine
per pregare, per unirsi al Padre e ricevere da lui nuovo vigore per la sua
missione nel mondo. Ogni preghiera contemplativa cristiana rinvia
continuamente all'amore del prossimo, all'azione e alla passione, e
proprio così avvicina maggiormente a Dio.
Per
accostarsi a quel mistero dell'unione con Dio, che i Padri greci
chiamavano divinizzazione dell'uomo, occorre tener presente che l'uomo è
essenzialmente creatura e tale rimane in eterno, cosicché non sarà mai
possibile un assorbimento dell'io umano nell'io divino, neanche nei più
alti stati di grazia. Il fatto che ci sia un'alterità non è un male, ma
piuttosto il massimo dei beni, in quanto c'è alterità in Dio stesso, che
è una sola natura (=sostanza) in Tre Persone.
Se
si considerano insieme queste verità, si scopre che nella realtà
cristiana vengono adempiute tutte le aspirazioni presenti della preghiera
delle altre religioni, senza che con questo l'io personale e la sua
creaturalità debbano essere annullati e scomparire nel mare
dell'Assoluto. “Dio è amore”
(1 Gv 4,8): questa affermazione profondamente cristiana può conciliare
l'unione perfetta con l'alterità tra amante e amato, con l'eterno scambio
e l'eterno dialogo. Dio stesso è questo eterno scambio.
La
chiesa cattolica non rigetta quanto vi è di vero e santo in altre grandi
religioni. Non si dovranno disprezzare pregiudizialmente le indicazioni
che da esse provengono in quanto non cristiane. Si potrà, al contrario,
cogliere da esse ciò che vi è di utile, a condizione di non perdere mai
di vista la concezione cristiana della preghiera, la sua logica e le sue
esigenze. Si può annoverare anzitutto l'umile accettazione di un maestro
esperto nella vita di preghiera e delle sue direttive, introducendo in
maniera viva, da cuore a cuore, nella vita di preghiera che è dono dello
Spirito Santo.
I
tre gradi o stadi nella vita di perfezione – riconoscibili nella tarda
classicità non cristiana –: la via della purificazione,
dell'illuminazione e dell'unione devono essere attentamente valutati,
sebbene modello di molte scuole di spiritualità cristiana.
1.
La purificazione (=ascesi)
dai propri peccati o errori deve essere vista nella prospettiva che
soltanto “i puri di cuore vedranno Dio” (Mt 5,8). Il Vangelo mira ad una
purificazione morale dalla mancanza di verità e di amore e, su un piano
più profondo, da tutti gli istinti egoistici che impediscono all'uomo di
riconoscere e accettare la volontà di Dio nella sua purezza. Non sono le
passioni in quanto tali ad essere negative (come pensavano stoici e
neoplatonici) ma la loro tendenza egoistica. È da essa che il cristiano
deve liberarsi: per arrivare a quello stato di libertà positiva (apatheia,
impassibilitas, indiferencia). Ciò è impossibile senza una radicale
abnegazione (cfr. in san Paolo la parola “mortificazione” delle
tendenze peccaminose). Solo ciò rende l'uomo libero di realizzare la
volontà di Dio e di partecipare alla libertà dello Spirito Santo.
Dovrà
essere interpretata rettamente la dottrina di quei maestri che
raccomandano di “svuotare” lo spirito da ogni rappresentazione
sensibile e da ogni concetto, mantenendo una amorosa attenzione a Dio. Il
vuoto di cui Dio ha bisogno è quella della rinuncia al proprio egoismo,
non necessariamente alle cose create che egli ci ha donato e tra le quali
ci ha posti. La preghiera deve comunque concentrarsi interamente su Dio ed
escludere il più possibile quelle cose del mondo che ci incatenano al
nostro egoismo. S. Agostino raccomanda di concentrarsi in se stessi, ma
anche di trascendere l'io che non è Dio, ma solo una creatura. Dio
infatti è in noi e con noi, ma ci trascende nel suo mistero.
È
impossibile arrivare all'amore perfetto di Dio (invisibile) se si
prescinde dal Cristo (visibile). Si tratta di un “vedere” reso
possibile dagli occhi della fede: vedere attraverso la manifestazione
sensibile di Gesù ciò che questi, quale Verbo del Padre, vuole veramente
mostrarci di Dio. Non si tratta dell'astrazione puramente umana (=
abstractio) dalla figura in
cui Dio si è rivelato, ma del cogliere la realtà divina nella figura
umana di Gesù, del cogliere la sua dimensione divina ed eterna nella sua
temporalità. Come dice S. Ignazio, dovremmo tentare di cogliere “il
profumo infinito e la dolcezza infinita della divinità” (Esercizi
spirituali n.124), partendo dalla finita verità rivelata dalla quale
abbiamo iniziato. Mentre ci eleva, Dio è libero di “svuotarci” di
tutto ciò che ci trattiene in questo mondo, di attirarci completamente
nella vita trinitaria del suo amore eterno. Tuttavia, questo dopo può
essere concesso solo “in Cristo attraverso lo Spirito Santo” e non
attraverso le proprie forze, astraendo dalla sua rivelazione.
2.
Nel cammino della vita cristiana
alla purificazione segue l'illuminazione mediante l'amore che il
Padre ci dona nel Figlio e l'unzione che da lui riceviamo nello Spirito
Santo. Fin dall'antichità si fa riferimento all'illuminazione ricevuta
nel battesimo, che introduce i fedeli, iniziati ai divini misteri, alla
conoscenza di Cristo mediante la fede che opera per mezzo della carità.
Ciò costituisce il fondamento di quella sublime conoscenza di Cristo
Gesù (cfr. Fil 3,8) che viene definita come “theoria”
o contemplazione. I fedeli, con la grazia del battesimo, sono chiamati a
progredire nella conoscenza e nella testimonianza dei misteri della fede
mediante “la profonda intelligenza che essi percepiscono delle cose
spirituali” (cfr. Dei Verbum,
n.8). Nessuna luce di Dio rende superate le verità della fede. Le
eventuali grazie di illuminazione che Dio può concedere aiutano piuttosto
a chiarire meglio la dimensione più profonda dei misteri confessati e
celebrati dalla chiesa, in attesa che il cristiano possa contemplare Dio
come egli è nella gloria (cfr. 1 Gv 3,2).
3.
Il cristiano orante può
arrivare, se Dio lo vuole, ad una esperienza particolare di unione. I
sacramenti – battesimo, eucaristia – sono l'inizio obiettivo
dell'unione del cristiano con Dio. Su questo fondamento, per una speciale
grazia dello Spirito, l'orante può essere chiamato a quel tipo peculiare
di unione con Dio che, nell'ambito cristiano, viene qualificato come mistica.
Per
raccogliersi e ritrovare, presso Dio, il proprio cammino, certamente il
cristiano ha bisogno di determinati tempi di ritiro nella solitudine. Ma
il suo modo di avvicinarsi a Dio non si fonda su alcuna tecnica in
senso stretto. Ciò contraddirebbe lo spirito d'infanzia richiesto dal
Vangelo. La mistica cristiana autentica non ha niente a che vedere con la
tecnica: è sempre un dono di Dio, di cui chi ne beneficia si sente
indegno.
Ci
sono determinate grazie mistiche, conferite ad esempio ai fondatori di
istituzioni ecclesiali in favore di tutta la loro fondazione nonché ad
altri santi, che caratterizzano la loro peculiare esperienza di preghiera
e che non possono, come tali, essere oggetto di imitazione e di
aspirazione per altri fedeli. Possono esserci diversi livelli e diverse
modalità di partecipazione all'esperienza di preghiera di un fondatore,
senza che a tutti debba venir conferita la medesima forma. Del resto
l'esperienza di preghiera che ha un posto privilegiato in tutte le
istituzioni autenticamente ecclesiali antiche e moderne, è sempre in
ultima analisi qualcosa di personale. Ed è alla persona che Dio dona le
sue grazie in vista della preghiera.
A
proposito della mistica si deve distinguere tra i doni dello Spirito Santo
e i carismi accordati in modo totalmente libero da Dio. I primi sono
qualcosa che ogni cristiano può ravvivare in sé attraverso una vita
zelante di fede, di speranza e di carità e così, attraverso una seria
ascesi, arrivare ad una certa esperienza di Dio e dei contenuti della
fede. Quanto ai carismi, san Paolo dice che essi sono soprattutto in
favore della chiesa, degli altri membri del corpo mistico di Cristo (cfr.
1 Cor 12,7). Va ricordato sia che i carismi non possono essere
identificati con doni straordinari (“mistici”) (cfr. Rm 12, 3-21), sia
che la distinzione fra i doni dello Spirito Santo e i carismi può essere
fluida. Certo è che un carisma fecondo per la chiesa non può venir
esercitato senza un determinato grado di perfezione spirituale.
L'esperienza
umana dimostra che la posizione e l'atteggiamento del corpo non sono privi
d'influenza sul raccoglimento e la disposizione dello spirito. Alcuni
scrittori spirituali dell'Oriente e dell'Occidente cristiano hanno
rintracciato dei punti comuni con i metodi orientali non cristiani di
meditazione. Tali autori hanno adottato quegli elementi che facilitano il
raccoglimento nella preghiera, riconoscendone al contempo anche il valore
relativo: essi sono utili se riformulati in vista del fine della preghiera
cristiana.
Nella
preghiera è tutta la persona ad entrare in relazione con Dio e dunque
anche il suo corpo deve assumere la posizione più adatta per il
raccoglimento. Tale posizione può esprimere in modo simbolico la
preghiera stessa, variando a seconda delle culture e della sensibilità
personale. La meditazione cristiana dell'Oriente ha valorizzato il
simbolismo psicofisico, spesso carente nella preghiera dell'Occidente.
Esso può partire da un determinato atteggiamento corporeo, fino a
coinvolgere anche le funzioni vitali fondamentali, come la respirazione e
il battito cardiaco. L'esercizio della “preghiera di Gesù” [***] ad
esempio, che si adatta al ritmo respiratorio naturale, può – almeno per
un certo tempo – essere di reale aiuto per molti.
D'altra
parte gli stessi maestri spirituali orientali hanno anche constatato che
non tutti sono ugualmente idonei a far uso di questo simbolismo, perché
non tutti sono in grado di passare dal segno materiale alla realtà
spirituale ricercata. Compreso in modo inadeguato e non corretto il
simbolismo può diventare addirittura un idolo e di conseguenza un
impedimento all'elevazione dello spirito a Dio. Vivere nell'ambito della
preghiera tutta la realtà del proprio corpo come simbolo è ancora più
difficile: ciò può degenerare in un culto del corpo e può portare ad
identificare surrettiziamente tutte le sue sensazioni con esperienze
spirituali.
Alcuni
esercizi fisici producono automaticamente sensazioni di quiete e di
distensione. Scambiarli per autentiche consolazioni dello Spirito Santo
sarebbe un modo erroneo di concepire il cammino spirituale. Attribuire
loro significati simbolici tipici dell'esperienza mistica quando
l'atteggiamento morale dell'interessato non corrisponde ad essa,
rappresenterebbe una specie di schizofrenia mentale che può condurre
perfino a disturbi psichici ed aberrazioni morali.
Occorre
ricordare che l'unione abituale con Dio - che nel Nuovo testamento viene
chiamato la "preghiera continua" (1 Ts 5,17) - non si interrompe
necessariamente quando ci si dedica al lavoro e alla cura del prossimo. La
preghiera autentica desta negli oranti un'ardente carità che li spinge a
collaborare alla missione della chiesa e al servizio dei fratelli per la
maggior gloria di Dio.
[***]
Consiste nel ripetere una
formula densa di riferimenti biblici di invocazione e supplica (ad es. “Signore
Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me”. Cfr. Ignazio di Loyola,
Esercizi spirituali, n.258.)
Ogni
fedele dovrà cercare e potrà trovare nella varietà e ricchezza della
preghiera cristiana, insegnata dalla chiesa, la propria via, il proprio
modo di preghiera; ma tutte queste vie personali confluiscono, alla fine,
in quella via al Padre, che Gesù Cristo ha detto di essere. Nella ricerca
della propria via ognuno si lascerà condurre non tanto dai suoi gusti
personali quanto dallo Spirito Santo, il quale lo guida, attraverso
Cristo, al Padre.
Per
chi si impegna seriamente verranno comunque tempi in cui gli sembrerà di
vagare in un deserto e di non "sentire" nulla di Dio, malgrado
tutti i suoi sforzi. Deve sapere che queste prove non vengono risparmiate
a nessuno, ma non deve identificare immediatamente questa esperienza con
la "notte oscura" di tipo mistico. Mantenere la preghiera in
quei momenti è espressione della sua fedeltà a Dio alla presenza del
quale egli vuole rimanere anche quando non è ricompensato da alcuna
consolazione soggettiva. In questi momenti apparentemente negativi diventa
manifesto ciò che l'orante cerca realmente: se cerca proprio Dio che,
nella sua infinita libertà, sempre lo supera; oppure se cerca solo se
stesso, senza andare oltre le proprie esperienze.
L'amore
di Dio, unico oggetto della contemplazione cristiana, è una realtà della
quale non ci si può "impossessare" con nessun metodo o tecnica;
anzi dobbiamo aver sempre lo sguardo fisso in Gesù Cristo, nel quale
l'amore divino è giunto per noi sulla croce a tal punto che egli si è
assunto anche la condizione di allontanamento dal Padre (Mc 15,34).
Dobbiamo dunque lasciar decidere a Dio la maniera con cui egli vuole farci
partecipi del suo amore. Ma non possiamo mai cercare di metterci allo
stesso livello dell'oggetto contemplato, l'amore libero di Dio.
COS'È
LA MEDITAZIONE?
Le
radici della parola "meditazione" risalgono al greco meléte
che vuol dire «cura, studio, esercizio». Le sue radici latine (meditari)
esprimono più propriamente il senso di preparazione e di pratica. La
radice indoeuropea med- si ritrova in molte parole, tra cui
medicina, che indica cura e interesse. L'esercizio della meditazione è
una delle forme della preghiera contemplativa. Nella spiritualità
cristiana, la meditazione indica comunemente «la forma di contemplazione
in cui si succedono atti distinti dell'intelligenza e della volontà,
mentre nella contemplazione propriamente detta l'attività spirituale è
molto più semplice» (cfr. Nuovo dizionario di spiritualità,
Edizioni Paoline, da ora NDSEP). All'inizio serviva per indicare
ogni specie di esercizio fisico o intellettuale, ogni pratica destinata a
preparare e ad affinare l'esercitante. In seguito si è distinto exercere
(riservato agli esercizi fisici) da meditari (per gli esercizi
dello spirito). Dal XVI secolo fino ai tempi moderni, la meditazione è
stata considerata anzitutto una preghiera mentale che coinvolge la
riflessione più approfondita su un'idea religiosa o della Bibbia, usando
le capacità mentali come stimolo all'affetto e alla buona determinazione
(cfr. Nuovo dizionario di spiritualità, Libreria Editrice
Vaticana, da ora NDSLEV).
Nel
primo periodo monastico (dal V al XII secolo), la meditazione era
organicamente legata alla contemplazione in una visione unificata di
preghiera. Tale preghiera alla contemplazione in una visione
unificata di preghiera. Si tratta della lectio divina di cui di più
avanti si esporranno brevemente i tratti.
Gli
aspetti della preghiera concepita come lectio divina solo più
tardi, dopo il XIV secolo, si fissarono in metodi e fasi. «I metodi,
intesi ad organizzare e a facilitare la meditazione, riflettevano
l'ossessione intellettuale per l'analisi che distruggeva tutti i campi
della conoscenza, formava la nuova idea di "preghiera mentale" e
perdeva la preghiera semplice e spontanea del cristianesimo primitivo e
monastico. L'idea di fasi della preghiera portò, altresì, alla
concezione di un'élite spirituale per cui l'esperienza contemplativa era
un privilegio raro e una riduzione della maggioranza dei cristiani alla
religiosità mentale o devozionale. La pratica monastica della lectio
eredita l'uso ebraico del leggere la Scrittura che formava parte di
un'unità indivisibile della preghiera. La parola di radice ebraica hagah
è tradotta "meditazione" nella maggior parte delle traduzioni
della Bibbia. Come afferma il Midrash, è il "cuore", non
la mente che medita. Hagah indica l'interiorizzazione e la
ripetizione o "sussurro" delle parole sacre. Ciò suggerisce una
pratica della preghiera del tutto paragonabile alla ripetizione di un
mantra nelle tradizioni asiatiche» (cfr. NDSLEV, p. 433).
Definizione
classica della meditazione
Seguendo
il testo di Royo Marín, parlando della preghiera (definita "orazione"
nei testi classici), ci si riferisce a ciò che viene definito da Giovanni
Damasceno «l'elevazione della mente a Dio per lodarlo e chiedergli delle
cose convenienti alla salvezza eterna». Fra i gradi di orazione se ne
distinguono nove: 1) orazione vocale; 2) meditazione; 3) orazione
affettiva; 4) orazione di semplicità; 5) raccoglimento infuso; 6) quiete;
7) unione semplice; 8) unione estatica; 9) unione trasformante.
Come
si può notare la vera e propria meditazione al secondo gradino di questa gerarchia
ispirata da Teresa
d'Avila. I primi tre gradi appartengono alla vita ascetica, il quarto
è un momento di transizione, mentre gli altri appartengono alla vita
mistica.
Secondo
questa concezione, la meditazione è l'applicazione ragionata della
mente ad una verità soprannaturale per averne una convinzione sempre più
profonda e quindi amarla e praticarla con l'aiuto della grazia.
L'applicazione della mente è qui ragionata o discorsiva rispetto
all'oggetto considerato ed è ciò che distingue la meditazione da altri
gradi di orazione. La verità soprannaturale di cui si fa menzione può
essere un qualunque testo scritturistico, un episodio della vita di Gesù
o di un santo, un principio teologico, una formula liturgica. La
meditazione ha due finalità: una intellettiva e l'altra affettiva. «La
meditazione deve anzitutto condurre l'anima a convinzioni ferme ed
energiche, senza le quali non può resistere alle influenze contrarie
provenienti dai suoi nemici e soccomberebbe facilmente davanti alla
tentazione. Quello che è puramente sentimentale può produrre un effetto
momentaneo di felicità e di pace; però siccome non è fondato sulla
ferma convinzione intellettiva, sarà sommerso senza resistenza al più
piccolo soffio di passione. Non si può costruire una solida casa sulla
sabbia mobile del sentimento; è necessario il fondamento roccioso e
irremovibile delle convinzioni profonde radicate nell'intelligenza.»
La
meditazione è indispensabile per iniziare seriamente il cammino della
propria santificazione. «La conoscenza di se stesso, la profonda umiltà,
il raccoglimento e la solitudine, la mortificazione dei sensi e altre cose
necessarie per giungere alla perfezione non sono concepibili né
moralmente possibili senza l'esercizio della meditazione ben preparata e
assimilata. [...] L'esperienza conferma con ogni evidenza che nulla
può supplire la vita di orazione, neppure l'accostarsi quotidianamente ai
sacramenti. Sono numerosissime le anime che si comunicano ed i
sacerdoti che celebrano la messa tutti i giorni e che conducono, tuttavia,
una vita spirituale mediocre. Questo si spiega con la deficienza
dell'orazione mentale, che omettono totalmente, o che fanno in un modo
così imperfetto e abituale, che equivale quasi ad una omissione.»
Secondo
il Tanquerey, la meditazione è utile alla salvezza (pur se non
indispensabile) e alla perfezione. In particolare:
«1.
Ci distacca dal peccato e dalle sue cause. Se pecchiamo,
avviene infatti per irriflessione e fiacchezza di volontà.
Ora la meditazione corregge questo doppio difetto.
a)
Ci illumina sulla malizia del peccato e sui terribili suoi
effetti, mostrandoceli alla luce di Dio, della eternità e di ciò che
fece Gesù per espiare il peccato. "È lei, dice il P. Crasset,
che ci conduce (col pensiero) in quei sacri deserti ove si trova Dio solo
nella pace, nella quiete, nel silenzio e nel raccoglimento; lei che ci
conduce spiritualmente nell'inferno a vedervi il nostro posto; al cimitero
a vedervi la nostra dimora; in cielo a vedervi il nostro trono; nella
valle di Giosafat a vedervi il nostro giudice; a Betlemme a vedervi il
nostro Salvatore; sul Tabor a vedervi il nostro amore; sul Calvario a
vedervi il nostro esempio". Ci distacca pure dal mondo e dai falsi
suoi diletti; ci ricorda la fragilità dei beni temporali, gli
affanni che ci procurano, il vuoto e il disgusto che lasciano nell'anima;
ci rinfranca contro la perfidia e la corruzione del mondo e ci fa
comprendere che Dio solo può formar la nostra felicità. Ci distacca
specialmente da noi stessi, dalla nostra superbia, dalla nostra sensualità,
mettendoci in faccia a Dio che è la pienezza dell'essere, e in faccia al
nostro nulla, e mostrandoci che i sensuali diletti ci abbassano al di
sotto dei bruti, mentre le gioie divine ci nobilitano e ci innalzano a
Dio.
b)
Ci invigorisce la volontà non solo dandoci convinzioni, come fu
detto, ma guarendo a poco a poco la nostra inerzia, la nostra codardia e
la nostra incostanza; infatti solo la grazia di Dio, aiutata dalla
cooperazione nostra, può guarire queste debolezze. Ora la meditazione ci
fa sollecitare questa grazia con tanto maggior ardore, quanto più abbiamo
con la riflessione sentito la nostra impotenza; e gli atti di dolore, di
contrizione e di fermo proponimento che facciamo durante la meditazione,
con le risoluzioni che vi prendiamo, sono già una attiva cooperazione
alla grazia.
2.
Ci fa pure praticar tutte le grandi virtù cristiane: 1) illumina
la nostra fede, mettendoci sotto gli occhi le verità eterne; regge
la nostra speranza, aprendoci l'adito a Dio per ottenerne l'aiuto;
stimola la nostra carità, manifestandoci la bellezza e la bontà
di Dio: 2) ci rende prudenti con le considerazioni che ci
suggerisce prima di operare; giusti, conformandoci la volontà a
quella di Dio; forti, facendoci partecipare alla divina potenza; temperanti
calmandoci l'ardore dei desideri e delle passioni. Non vi sono dunque virtù
cristiane che con la meditazione non si possano da noi acquistare:
aderiamo per mezzo di lei alla verità e la verità, liberandoci dai vizi,
ci fa praticare la virtù: "cognoscetis veritatem, et veritas
liberabit vos".
3.
Prepara così la nostra unione e anche la nostra trasformazione
in Dio. È infatti una conversazione con Dio, che diventa ogni giorno più
intima, più affettuosa e più lunga, perchè continua poi nel corso delle
giornate anche in mezzi al lavoro. Ora, a forza di frequentare l'autore di
ogni perfezione, l'anima se ne imbeve, se ne compenetra, come la spugna
che si riempie del liquido in cui viene immersa, come il ferro che, posto
nella fornace, s'arroventa, si fa duttile e prende le qualità del fuoco.»
I
metodi classici della meditazione
Occorre
evitare un duplice scoglio riguardo al metodo o alla forma della
meditazione: l'eccessiva rigidità e l'eccessivo abbandono. All'inizio
della vita spirituale è importante sapersi attenere ad un metodo concreto
e particolareggiato che sia di sostegno. È anche vero che ogni metodo
presuppone vantaggi ed inconvenienti.
Seguendo
il testo di Royo Marín, citiamo il metodo di S. Sulpizio, ideato
dal cardinale De Bérulle, opportunamente riadattato ai tempi attuali, secondo uno schema che prevede tre momenti: 1)
preparazione; 2) corpo dell'orazione; 3) conclusione.
1.
PREPARAZIONE:
a)
REMOTA: una vita di raccoglimento e di solida pietà;
b)
PROSSIMA:
1)
Scegliere il punto la sera prima; prevedere le principali
considerazioni e i propositi che dovremo formulare;
2)
Addormentarsi pensando all'argomento della meditazione;
3)
Dopo il risveglio, impiegare il primo tempo libero per fare la
meditazione.
c)
IMMEDIATA:
1)
Porsi nel proprio cuore alla presenza di Dio;
2)
Umiliarci profondamente anche attraverso un atto di pentimento;
3)
Invocare lo Spirito Santo.
2.
CORPO DELL'ORAZIONE:
a)
ADORAZIONE (Gesù davanti a noi):
1)
Considerare in Dio, in Gesù Cristo o in qualche santo i loro affetti,
le loro parole e azioni rispetto a quello che dobbiamo meditare;
2)
Rendergli omaggio di adorazione, ammirazione, lode, ringraziamento,
amore, gioia o compassione;
b)
COMUNIONE (Gesù nel nostro cuore):
1)
Convincersi della necessità di praticare quella virtù;
2)
Affetti di contrizione per il passato, di confusione per
il presente e di desiderio per il futuro;
3)
Chiedere a Dio questa virtù (partecipando così alle virtù di
Cristo) per tutte le nostre necessità e quelle della Chiesa.
c)
COOPERAZIONE (Gesù nelle nostre mani):
1)
Formulare un proposito particolare, concreto, efficace, umile;
2)
Rinnovare il proposito del nostro esame particolare.
3.
CONCLUSIONE:
1)
Ringraziare Dio delle luci e dei benefici ricevuti nell'orazione;
2)
Chiedergli perdono delle colpe commesse in essa;
3)
Chiedergli che benedica i nostri propositi e tutta la nostra vita;
4)
Formulare dei propositi spirituali (uno o più punti) da tenere presente
tutto il giorno;
5)
Mettere tutto nelle mani di Maria: Sub tuum præsidium.
Introduzione
alla "LECTIO DIVINA"
Si
tratta di un metodo per la propria vita spirituale che si rifà
all'ascolto della Parola di Dio. L'ascolto è fondamentale per il
credente. Lo precisa bene Gershom Scholem, nel suo "Il Nome
di Dio e la teoria cabbalistica del linguaggio", Adelphi, Milano
1998, p. 11:
«"La
verità è il principio [o anche: l'essenza] della Tua parola"
recita un versetto del Salmista (Sal 119,160) molto citato nella
letteratura cabbalistica. Verità, nel senso ebraico originario, era la
parola di Dio percepibile acusticamente, cioè nel linguaggio. La
rivelazione, secondo una dottrina della Sinagoga, è un evento acustico,
non visivo, o per lo meno ha luogo in una sfera connessa metafisicamente
con la dimensione acustica, sensoriale. Questo carattere viene
sottolineato di continuo richiamando le parole della Torah (Dt 4,12):
"Non avete visto alcuna immagine - soltanto una voce"».
Un'affermazione
della Dei Verbum (n.8) del Concilio Vaticano II continua:
«La
predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri
ispirati, doveva essere conservata con successione continua fino alla
fine dei tempi [...]. Questa tradizione, che trae origine dagli
apostoli, progredisce nella Chiesa sotto l'assistenza dello Spirito
Santo: infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole
trasmesse, cresce sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i
quali le meditano in cuor loro (cfr. Lc 2,19 e 51), sia con la profonda
intelligenza che essi provano delle cose spirituali, sia con la
predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno
ricevuto un carisma certo di verità. La Chiesa, cioè, nel corso dei
secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità divina,
finché in essa giungano a compimento le parole di Dio».
Il
termine lectio riguarda la lettura del testo scritto. Chi pratica
la lectio divina - scrive Masini - può raggiungere due traguardi:
la pienezza del libro, che finisce nella comprensione della Parola scritta
e la pienezza del Verbo, che progredisce verso l'incontro con la Parola
viva. La lectio divina è autentica quando riesce a raggiungere la
Parola viva, quella che "arde come fiamma" (Sir 48,1) e sta al
di sopra delle nubi della Legge, dei profeti, degli apostoli, dello stesso
Vangelo; per raggiungerla bisogna salire con ali come di colomba (cfr.
Girolamo, Lettera CXIX, 10). La lectio è divina in diversi
sensi:
1.
quando ha per oggetto le Sacre Scritture
(S. Benedetto);
2.
quando attesta l'incontro della mente
dell'uomo, per il tramite della sacra pagina, con la parola di Dio, la
quale è parola di verità e di sapienza, molto più infuocata e
luminosa del sole e che penetra le profondità del cuore e della mente
(S. Giustino);
3.
è divina non soltanto perché si
esercita sul testo della parola divina, ma anche per il rapporto che
intrattiene con essa, e soprattutto per il contatto che consente di
stabilire tra la mente, il cuore e lo spirito dell'uomo e Dio.
I
due termini coniugati insieme indicano nel contempo che Dio parla all'uomo
e che l'uomo si pone in ascolto di Dio, in tal modo evidenziando il
carattere dialogico dell'incontro con la Parola scritta, per il quale si
compie una prima apertura verso la Parola viva.
Attraverso
questi che si possono definire tempi teologici più che cronologici per
l'incontro con la lectio divina si perviene ad una preghiera
totale, come ricorda sempre Masini nel libro citato. Per il tramite della
sacra pagina letta e meditata si produce quell'incontro con Dio che si
esprime nell'orazione, si concretizza nell'attualizzazione e raggiunge il
vertice nella contemplazione, ove l'anima si ritira nel segreto di Dio (cfr.
Guglielmo di Saint-Thierry, Contemplazione). Dunque le fasi sono le
seguenti:
1. IL TESTO SACRO
Prima
di tutto c'è la fede nella sacra pagina, come un tesoro di una ricchezza
infinita; si tratta di un testo da esaminare, esplorare, scandagliare,
senza paura di esaurirlo.
Scrive
Origene: «Possiamo indagare e investigare l'ineffabile bontà di Dio
velata nel testo delle Scritture: ci riserva doni più ampi di quelli
stessi che promette». La Sacra Scrittura è la "tavola imbandita
della Sapienza", ricca di cibo e di doni, semplice nelle parole, ma
profondissima per la grandezza dei significati.
2.
LECTIO
Si
tratta di una lettura, ma più propriamente di un ascolto (auditio),
finalizzata non tanto al conoscere o al comprendere il testo letterale,
aiutati dalle risultanze esegetiche, quanto a raccogliere messaggi,
ispirazioni e suggestioni del testo sacro.
Scrive
Masini che, come oggi, anche nell'antica civiltà semitica, la lettura
pubblica di un testo veniva compiuta ad alta voce, in modo da rendere
connaturale l'ascolto. Ed anche nella forma individuale di preghiera,
chi leggeva un testo ne pronunciava a fior di labbra le parole. In tal
modo il testo assumeva risonanza vocale e risultava percettibile
dall'orecchio del lettore. Questo anche nel linguaggio, in cui, per
indicare "leggere" l'ebraico usa
hāgāh
e il greco meletân che hanno il significato sia di
«pronunciare a bassa voce» che di «meditare». L'ascolto è dunque
apertura alla Parola, capacità di accoglierne messaggi, suggestioni e
ispirazioni, disponibilità a trasformare quanto ascoltato in quella che
Paolo chiama «obbedienza della fede» (Rm 1,5).
3.
MEDITATIO
Si
deve cercare con la mente di conoscere le verità nascoste nel testo
sacro, adoperando l'intelligenza interiore, quella che scava nel profondo
la Scrittura. Si tratta, con un'espressione di Guigo di
"masticare" la scrittura, dopo che la si è portata alla bocca
con la lectio (quindi una ruminatio).
Sia
pure nella sua valenza metaforica, anche in italiano questo termine
significa riflettere a lungo per assimilare un messaggio e per
progettare in conformità ad esso. In riferimento alla Parola di Dio,
assume alcuni significati: ripetere la Parola ascoltata in modo che essa
si presenti al lettore nella sua concretezza; ritornare sul significato
della Parola per entrare nella profondità del suo messaggio; ridire la
Parola o il suo messaggio essenzializzato in una concisa espressione in
modo da poterlo "gustare"; far scendere il messaggio dalla
mente che l'ha compreso nella meditatio al "cuore",
luogo nel quale esso riconosce la sua giusta dimora.
4.
COLLATIO
Non
è che un confronto con altri (una comunità, ad esempio) per il
raggiungimento di una maggiore intelligenza della parola di Dio, per
chiarire punti che potrebbero rimanere oscuri o dubbi.
Mentre
la lectio ci istruisce, la collatio permette di
raggiungere una conoscenza più approfondita: con le domande che vengono
poste viene escluso il dubbio, e mediante le obiezioni (rese chiare)
viene dimostrata la verità spesso nascosta ad una prima lettura. Si
tratta dunque di una migliore intelligenza della Parola di Dio.
5.
ORATIO
La
preghiera nasce spontanea dall'incontro del cuore dell'uomo con Dio,
mediante la sua parola.
Si
potrebbe dire che è il momento verso cui convergono i precedenti.
Mentre prima era Dio a rivolgersi all'uomo, ora è l'uomo che si rivolge
a Dio. Si tratta dunque di un dialogo con Dio, un incontro del cuore
dell'uomo con il cuore di Dio, per il tramite della Parola. Il cuore,
luogo più intimo della persona, si compie l'incontro in cui Dio parla e
ascolta e l'uomo ascolta Dio e parla con Lui. Occorre ricordare che la
preghiera è opera del cuore, non delle labbra, perché Dio guarda non
alle parole ma al cuore di chi lo prega. Fénelon ha scritto che la vera
preghiera è quella del cuore e il cuore prega mediante il desiderio.
6.
CONTEMPLATIO
È
un'esperienza squisitamente personale, in cui lo sguardo contemplante si
fissa sull'infinito mistero di Dio. È la comunione con Dio, per quanto
possibile in questo mondo.
Isidoro
l'ha descritta come «gioia di vivere solo per Dio». Qui si tratta di
un'esperienza assolutamente personale e quindi di difficile definizione.
In questo sito se ne è parlato e forse è il caso di
rimandare
a quelle pagine, per chiarirne il senso.
7.
OPERATIO
Tutto
ciò che leggiamo nella Sacra Scrittura dobbiamo infine riferirlo a noi
stessi. La parola di Dio è specchio che manifesta i nostri segreti
pensieri e rivela noi a noi stessi. L'azione è la conseguenza diretta di
quanto si è contemplato, vedere Gesù è riconoscere che egli ci manda e
ci comanda di amare come egli ci ha amato.
La
testimonianza (operatio) è la traduzione nelle opere della
Parola ascoltata. Dio parla nella lectio divina, in essa si fa
sentire in modo personale e così facendo ammaestra sul credere, il
parlare, il discernere, il giudicare e l'agire. Diventa inutile aver
imparato senza metterlo in pratica. La prima azione è quella della
conversione. L'influsso della lectio divina deve essere globale
per la persona che la pratica, in cui la Sacra Scrittura non è
una semplice raccolta di massime per vivere meglio, ma un flusso vitale
che attraversa la vita, suscita illuminazioni, proposte e progetti
operativi e ci rende soprattutto disponibili alla sua obbedienza. Non
siamo noi a proporre progetti a Dio né dobbiamo chiedergli di
confermare con la sua Parola progetti da noi disegnati. Essa ci viene
donata come suscitatrice di progetti e maestra nel modo di portarli a
realizzazione. Dall'ascolto della Parola provengono, secondo i Padri,
alcuni aspetti, fra cui, la gioia, la consolazione che ci permette di
tenere viva la speranza (RM 15,4), il discernimento degli
spiriti, la decisio che ci induce alla perseveranza negli impegni
presi.
Anzitutto
il
LUOGO: Essendo una prassi meditativa, va praticata in un
luogo che consenta il silenzio e favorisca il raccoglimento, la
riflessione e la preghiera. Può essere una sala abbastanza ampia,
con un cero acceso o una lampada, il libro della Bibbia in evidenza, con
una illuminazione che permetta la lettura e nello stesso tempo eviti la
dispersione.
Il
TEMPO: occorre ovviamente quiete e tempo adeguato, senza
urgenze o condizionamenti di impegni diversi.
La
DURATA: dovrebbe consentire lo svolgimento di tutti i tempi
senza sforzi eccessivi o fatiche varie (almeno un'ora di tempo, ma non
più di due).
I
PARTECIPANTI: non hanno bisogno di essere omogenei per
quanto riguarda il livello culturale; prassi consolidate affermano che
quindici sia il numero massimo di persone riunibili contemporaneamente per
la lectio.
ALCUNE
INDICAZIONI PER PREGARE
INDICAZIONE
EVANGELICA (Matteo 6, 5-15)
«Quando
pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti
nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli
uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu
invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il
Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti
ricompenserà. Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali
credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro,
perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che
gliele chiediate. Voi dunque pregate così:
Padre
nostro che sei nei cieli,
Se
voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste
perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il
Padre vostro perdonerà le vostre colpe».
Si
riportano alcune regole per la meditazione tratte dal libro "La
scoperta della quiete. Guida alla meditazione", citato in
Bibliografia,
opportunamente adattate:
1.
Percepisci il tuo corpo e la posizione in
cui sta seduto, calandoti con la sensibilità dentro di esso: nelle
palme delle mani, nelle mani stesse, nelle braccia, nelle spalle; nelle
piante dei piedi, nei piedi, nelle gambe, nella zona del bacino, nella
schiena, nelle spalle, nella nuca, nel capo, nel viso.
2.
Percepisci il tuo respiro, senza
alterarlo. Osserva il suo movimento in diversi punti: nelle narici,
nella cavità nasale, nella faringe, all'altezza dei bronchi, nella
parete addominale. Assapora questo movimento.
3.
Rimani concentrato su queste percezioni e
aiuta la quiete ad espandersi in te.
4.
Resta immerso nella quiete.
5.
Appena ti accorgi della presenza di
distrazioni, pensieri e sentimenti, lasciali andare e abbandonati alla
quiete.
6.
Dopo qualche momento di quiete, passa alla
meditazione su alcuni temi proposti come esercizio.
7.
Immergiti di nuovo nella quiete.
8.
Quando vuoi concludere l'esercizio,
concentrati nuovamente sul respiro, sul suo movimento me sui punti in
cui diventa percettibile e sperimentabile.
9.
Alla fine, rappresentati di nuovo la
posizione in cui siedi e il tuo corpo.
10.
Abbandona la tua posizione di
concentrazione con un leggero movimento della nuca, come un piccolo
inchino e muoviti lentamente e con cautela.
CATECHISMO
CHIESA CATTOLICA - PARTE QUARTA - LA PREGHIERA CRISTIANA
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